Il memorandum tra gli Stati Uniti e l’Iran rimane lettera morta
Sommario
- Una settimana fa, gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato una dichiarazione d’intenti congiunta.
- Ora sta diventando sempre più chiaro quello che c’era da aspettarsi: questo Memorandum of Understanding (MoU) non vale nemmeno la carta su cui è scritto.
- Entrambe le parti rilasciano un comunicato dopo l’altro, ma sono tutti contraddittori.
- Inoltre, anche i governi libanese e israeliano non sono soddisfatti del protocollo d’intesa e non intendono rispettarlo.
- Il governo del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta ora cercando di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica su Gaza.
- Ma anche lì i loro nuovi piani non reggono.
Da Sacha Wigdorovits
«La fata Morgana è tipica dell’Oriente», scrive Eric Gujer, caporedattore della Neue Zürcher Zeitung (NZZ), nel suo ultimo commento settimanale. E continua: «L’accordo di cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e l’Iran è proprio una di queste fata Morgana.»
Questa valutazione è corretta, come dimostrano gli ultimi giorni. Infatti, da quando è stato firmato il protocollo d’intesa a metà della scorsa settimana, praticamente ogni messaggio proveniente da Washington contraddice quello di Teheran – e viceversa.
Questo vale sia per il disarmo nucleare dell’Iran – il tema centrale della dichiarazione – sia per il futuro utilizzo dello stretto di Hormuz, importante via di navigazione per l’Europa e l’Asia, sia per lo sblocco dei miliardi di beni iraniani congelati negli Stati Uniti. Secondo il governo statunitense, questi fondi dovrebbero essere utilizzati per l’acquisto di prodotti agricoli americani, cosa che l’Iran, dal canto suo, nega.
Anche per quanto riguarda la questione libanese, che riveste anch’essa un ruolo importante, il MoU si rivela una «tigre di carta». Infatti, né il governo libanese né quello di Gerusalemme sono contenti del fatto che il MoU non affronti il tema dello scioglimento dell’organizzazione terroristica libanese e della rinuncia di Teheran a sostenerla. Entrambi i governi lo hanno chiarito questa settimana durante i colloqui di pace a Washington e lo hanno fatto trapelare anche ai media.
È ovvio che né il Libano né Israele siano giuridicamente vincolati al memorandum tra Stati Uniti e Iran. Infatti, i due Stati non hanno preso parte ai precedenti negoziati sul MoU – per non parlare poi del fatto che non l’hanno nemmeno firmato. Ma è anche sempre più evidente che i governi libanese e israeliano non hanno alcuna intenzione di cedere alle pressioni politiche degli Stati Uniti sulla questione di Hezbollah, che è importante per entrambi.
Soprattutto Israele ha chiarito: finché l’organizzazione terroristica sciita sostenuta da Teheran continuerà a esistere, non ci ritireremo dalla zona cuscinetto creata negli ultimi mesi nel sud del Libano. A Gerusalemme si rimane scettici anche riguardo alle «zone pilota» proposte dagli Stati Uniti. Si tratta cioè di quelle aree strappate all’Hezbollah dall’esercito israeliano, che ora dovrebbero essere affidate all’esercito libanese per la gestione.
Il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu potrebbe sì approvare singoli tentativi di questo tipo. Ma preferirebbe che l’esercito libanese dimostrasse prima, in certi luoghi, di poter – e voler – respingere da solo Hezbollah. Perché finora non si vede nulla del genere.
Ecco perché Gerusalemme non cederà alle pressioni del governo statunitense di ritirarsi completamente dal Libano. E il governo libanese, che a sua volta vede Hezbollah come il nemico numero uno, ne è segretamente grato allo Stato ebraico.
Stallo anche a Gaza
La situazione è praticamente identica anche a Gaza. Anche lì gli Stati Uniti hanno appena annunciato delle novità riguardo al comitato di coordinamento internazionale e alla Forza internazionale di stabilizzazione (ISF). Entrambi sono elementi centrali della cosiddetta iniziativa «Board of Peace» del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Ma proprio come nel caso del Memorandum of (Mis-)Understanding con Teheran, anche qui si vede che i piani americani non vanno da nessuna parte. Il motivo principale è il rifiuto dell’organizzazione terroristica Hamas di consegnare volontariamente le proprie armi.
Chi pensa che questo sia un compito per i soldati della Forza Internazionale di Stabilizzazione si sbaglia. L’ISF dovrebbe intervenire a Gaza solo dopo il disarmo di Hamas, per garantire la calma e l’ordine. Per questo motivo l’esercito israeliano, proprio come in Libano, non si ritirerà da Gaza, ma rimarrà nelle zone di sicurezza da lui occupate.
La conclusione, che fa riflettere, è quindi questa: nella guerra contro l’Iran e i suoi vassalli, Hezbollah e Hamas, gli Stati Uniti finora non hanno ottenuto nulla, nonostante tutte le dichiarazioni altisonanti – e non c’è nulla che faccia pensare che le cose cambieranno. Perché chi fa i conti senza l’oste, alla fine ci rimette.
In questo caso, il padrone di casa è Israele. E non ha alcuna intenzione di rinunciare ai successi militari che ha ottenuto dal 7 ottobre 2023 contro l’Iran, Hamas e Hezbollah. Neanche per mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti. E tantomeno per un memorandum d’intesa che è stato firmato alle sue spalle e senza il suo consenso, e che quindi non è giuridicamente vincolante per lo Stato ebraico.
Sacha Wigdorovits è presidente dell’associazione Fokus Israel und Nahost, che gestisce il sito web fokusisrael.ch. Ha studiato storia, tedesco e psicologia sociale all’Università di Zurigo e ha lavorato come corrispondente dagli Stati Uniti per la SonntagsZeitung, è stato caporedattore di BLICK e cofondatore del giornale per pendolari 20minuten.
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