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Gaza: un nuovo piano in 15 punti – ma molte cose restano poco chiare

Il «Board of Peace», il Consiglio per la Pace istituito dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump nell’ottobre 2025, annuncia un importante passo avanti per Gaza. Come ha spiegato il diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov, capo negoziatore del Board of Peace, sulla piattaforma social «X», è stato raggiunto un nuovo accordo sulla smilitarizzazione e l’istituzione di un’amministrazione civile nella Striscia di Gaza. Ma sui due punti chiave dell’accordo, che in realtà è solo una roadmap, cioè un piano d’azione, c’è ancora un po’ di confusione: si tratta del disarmo dell’organizzazione terroristica Hamas e del ritiro di Israele.

Da Sacha Wigdorovits

Su «X» Nickolay Mladenov ha scritto: «Il ritiro deve avvenire di pari passo con il disarmo.» Pur evitando di associare il termine «ritiro» all’esercito israeliano e quello di «disarmo» alle organizzazioni terroristiche Hamas e Jihad Islamica, è chiaro che si riferisce proprio a loro.

Con l’espressione «al passo», però, Mladenov contraddice in modo diametralmente opposto un messaggio diffuso dallo stesso presidente degli Stati Uniti Donald Trump sui social media. In quel post, infatti, Trump scrive: «Solo dopo che sarà avvenuto il disarmo [delle organizzazioni terroristiche, ndr] le forze armate israeliane si ritireranno.»

Il testo della nuova «roadmap» in 15 punti, pubblicato dall’agenzia di stampa «Associated Press», sembra dare ragione più alla versione di Mladenov. Infatti, al punto 8, «Disarmo», si legge: «Questo processo è legato a un ritiro graduale da parte di Israele.»

Un ritiro delle IDF prima del completo disarmo di Hamas è impensabile

Ma né l’attuale governo di Gerusalemme né un eventuale governo successivo alle elezioni del 27 ottobre accetteranno un ritiro dell’esercito israeliano (IDF) prima che Hamas e la Jihad Islamica siano stati completamente disarmati. Perché così facendo Israele correrebbe il rischio che le organizzazioni terroristiche palestinesi mantengano il potere nella Striscia di Gaza non appena venisse meno la minaccia rappresentata dall’esercito israeliano. Questo vale anche se adesso dichiarano solennemente di voler cedere il controllo di Gaza a un’amministrazione civile.

E non cambia nulla nemmeno il fatto che il piano di pace per Gaza del 2025 e l’attuale roadmap prevedano l’impiego di una «International Stabilization Force» (ISF). Perché questa è pensata solo per monitorare l’accordo, non per disarmare le organizzazioni terroristiche. Inoltre, l’esempio della forza di pace dell’ONU UNIFIL in Libano ha dimostrato che, in realtà, queste truppe internazionali non servono a nulla. Perché quando si tratta di agire, esitano a intervenire con fermezza contro i terroristi.

In più, l’attuale dichiarazione in 15 punti, al punto 8, «Disarmo», parla solo di armi pesanti, impianti di produzione di armi, depositi di armi e tunnel, ma non di armi leggere come mitragliette, mitragliatrici o bombe a mano.

È vero che al punto 6 della «Roadmap» si dice che a Gaza il monopolio della forza dovrebbe spettare al governo civile. Al punto 10 si precisa inoltre che le armi delle «milizie» (nel testo si evita di usare la parola «terroristi») dovrebbero essere custodite e controllate dalle autorità civili. Non viene però specificato quando e come ciò debba avvenire.

Non sono escluse le armi private

Ma soprattutto, l’attuale dichiarazione in 15 punti non vieta il possesso di armi personali a Gaza. Anzi: al punto 9 si legge: «Le armi personali devono essere disciplinate dalle leggi palestinesi pertinenti». In altre parole: anche i membri delle organizzazioni terroristiche potrebbero, in determinate circostanze, tenere le loro mitragliette e mitragliatrici «personali». Questo corrisponde perfettamente alle precedenti richieste di Hamas. Hamas aveva sempre dichiarato che si poteva negoziare sulla consegna delle armi pesanti, ma non sulla rinuncia alle armi personali. Anche questo è inaccettabile per Israele.

È quindi molto dubbio che la «roadmap» per Gaza appena presentata possa mai diventare realtà.


Sacha Wigdorovits è il presidente dell’associazione Fokus Israel und Nahost, che gestisce il sito web www.fokusisrael.ch. Ha studiato storia, germanistica e psicologia sociale all’Università di Zurigo e ha lavorato, tra l’altro, come corrispondente dagli Stati Uniti per la SonntagsZeitung, è stato caporedattore del BLICK e cofondatore del quotidiano per pendolari 20minuten.

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