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«Niente sionisti a Sion»: antisemitismo con il logo verde

I Giovani Verdi stanno diffondendo uno slogan antisemita che incita all’esclusione. Il loro boicottaggio colpisce proprio le calciatrici israeliane. Il post contiene informazioni false e deve avere delle conseguenze.

Di David Spuler

I Giovani Verdi svizzeri pubblicano un appello con lo slogan «Niente sionisti a Sion!». Chiedono il boicottaggio di Israele e si oppongono alla partita internazionale di calcio femminile Svizzera-Israele del 13 ottobre 2026.

Questo post non è una gaffe politica ai margini di una campagna per il resto ben riuscita. Mette in luce un problema fondamentale: un’organizzazione che si definisce aperta, libera e impegnata nella lotta contro l’emarginazione diffonde uno slogan antisemita di esclusione e lo spaccia per una presa di posizione morale.

L’antisionismo è antisemitismo. Chi vuole tenere lontani i sionisti da Sion non critica il governo israeliano. Dichiarano indesiderate delle persone solo perché riconoscono il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione nazionale.

Il partito che si autodefinisce «contro l’emarginazione» emargina

Nel proprio programma di partito, i Giovani Verdi dichiarano di sostenere «la coesione sociale, l’apertura, la pace e la giustizia sociale». Dicono di volersi impegnare contro «la discriminazione, l’emarginazione e il razzismo». Programma di partito dei Giovani Verdi svizzeri

«Niente sionisti a Sion» è l’esatto contrario di tutto questo.

Lo slogan non indica nessuna decisione concreta, nessuna persona responsabile e nessuna azione verificabile. È diretto contro un intero gruppo politico e identitario. I sionisti non dovrebbero essere benvenuti. La loro convinzione che anche il popolo ebraico abbia diritto all’autodeterminazione e a uno Stato proprio dovrebbe renderli degli emarginati.

Con questo, i Giovani Verdi smentiscono il loro stesso programma di partito in quattro parole. La loro presunta apertura finisce con il sionismo. La loro lotta contro l’emarginazione si ferma agli ebrei. La loro tanto decantata diversità sembra valere solo per chi rientra nella loro visione ideologica del mondo.

Questa non è politica progressista. È antisemitismo con il logo verde.

Il sionismo non è Netanyahu

Il termine «sionista» non è sinonimo di sostenitore dell’attuale governo israeliano. I sionisti possono essere di sinistra o di destra, religiosi o laici, conservatori o socialisti. Possono sostenere il governo israeliano oppure combatterlo con decisione.

Ciò che li accomuna è la convinzione che il popolo ebraico abbia diritto all’autodeterminazione nazionale e che Israele possa esistere come Stato ebraico. Chi grida «Niente sionisti», quindi, non si oppone a un governo: si oppone al principio fondamentale dell’autodeterminazione ebraica.

I Giovani Verdi avrebbero potuto criticare il governo di Netanyahu. Avrebbero potuto citare singoli ministri, partiti o decisioni politiche. Ma non l’hanno fatto. Hanno scelto consapevolmente un bersaglio molto più ampio: i sionisti. Questa scelta di parole non è un’imprecisione. È il cuore del messaggio.

Proprio le calciatrici israeliane finiscono per diventare il bersaglio

L’occasione immediata è la partita di ritorno del primo turno dei playoff per i Mondiali di calcio femminile del 2027. La nazionale svizzera affronterà Israele martedì 13 ottobre 2026 alle 19.30 allo Stade de Tourbillon di Sion. L’accoppiamento è stato determinato tramite un sorteggio regolare della Federcalcio europea UEFA.

Le giocatrici israeliane sono atlete. Non fanno parte del governo israeliano. Non approvano leggi né comandano un esercito. Eppure, secondo i Giovani Verdi, dovrebbero essere escluse da una competizione sportiva internazionale.

Questo mette in luce anche il doppio standard del presunto femminismo di questo partito di giovani. Finché le donne si adattano alla loro narrativa politica, si chiedono visibilità, partecipazione e parità di diritti. Ma appena le donne sono israeliane e rappresentano lo Stato ebraico, non dovrebbero più poter partecipare.

Le donne israeliane non vengono trattate come individui, ma come uno schermo su cui proiettare qualcosa. Le loro prestazioni sportive non contano. Le loro convinzioni personali non contano. Basta che sulla loro maglia ci sia scritto “Israele”. Questa è emarginazione collettiva, non una politica di parità.

La FSV non è il Consiglio federale

I Giovani Verdi sostengono che, organizzando la partita, «la Svizzera» si schieri dalla parte di Israele.

Anche questo è un deliberato accostamento di livelli diversi. La Federazione svizzera di calcio (SFV) non è un’autorità federale. Una partita UEFA in programma non è una dichiarazione di sostegno in materia di politica estera. La partecipazione di una nazionale a una competizione sportiva non significa che il Paese ospitante approvi tutte le decisioni del governo in questione.

Secondo la logica dei Giovani Verdi, ogni partita di calcio sarebbe una dichiarazione diplomatica. Le atlete verrebbero ritenute personalmente responsabili di tutte le azioni del loro Stato. Questa logica non solo è sbagliata, ma distrugge proprio quelle libertà individuali che i Giovani Verdi dicono di voler difendere.

II Giovani Verdi dicono bugie

Per giustificare il loro appello al boicottaggio, i Giovani Verdi sostengono che la Corte internazionale di giustizia (CIJ) abbia riconosciuto un genocidio commesso da Israele. Questo è falso e non corrisponde alla realtà. L’ex procuratore capo della Corte, Karim Khan, ha addirittura dichiarato esplicitamente pochi mesi fa di non aver trovato, nel corso delle sue indagini, alcuna prova di un genocidio commesso da Israele a Gaza.

Il procedimento è ancora in corso. I Giovani Verdi trasformano così delle misure cautelari in una sentenza che sostengono sia definitiva. Ma una sentenza del genere non c’è ancora. Un’organizzazione politica come i Giovani Verdi, che muove accuse così gravi, dovrebbe conoscere la differenza.

Questo appello antisemita appello deve avere delle conseguenze

I Giovani Verdi devono ritirare il post e scusarsi pubblicamente. Non cancellarlo in silenzio, non riformularlo a posteriori, non relativizzarlo con un’altra dichiarazione. Devono riconoscere che «Niente sionisti» è uno slogan antisemita che esclude.

Anche i Verdi svizzeri, in quanto partito madre, devono dare una spiegazione. Chi esige a gran voce di prendere posizione contro ogni altra forma di emarginazione collettiva non può tacere di fronte all’antisemitismo del proprio partito giovanile.

È necessaria anche una valutazione giuridica. Le autorità competenti devono chiarire se un appello pubblico a tenere lontano da una città svizzera o da un evento sportivo un gruppo di persone legato all’autodeterminazione ebraica superi i limiti di legge, in particolare la norma penale contro il razzismo di cui all’articolo261bis del Codice penale svizzero. La libertà di espressione tutela le critiche più aspre. Ma non è un lasciapassare per la discriminazione e l’emarginazione pubblica.

Se la legge vigente non dovesse coprire a sufficienza queste espressioni sostitutive, anche questa lacuna va discussa a livello politico. L’antisemitismo non deve passare inosservato solo perché al posto di «ebrei» si usa la parola «sionisti».

La risposta va data allo stadio

Lunedì 14 settembre 2026, alle 14:00, inizierà la vendita pubblica dei biglietti. Chiunque abbia un briciolo di decenza dovrebbe assicurarsi un biglietto. Il 13 ottobre lo Stade de Tourbillon dovrebbe essere pieno di gente che si oppone in modo pacifico e inequivocabile allo slogan antisemita dei Giovani Verdi. Con bandiere svizzere. Con bandiere israeliane. Con rispetto per entrambe le squadre. Senza violenza e senza intimidazioni.

Perché il messaggio deve essere chiaro e ben visibile: le atlete israeliane sono benvenute in Svizzera. L’autodeterminazione ebraica non è un motivo di esclusione. L’antisemitismo rimane antisemitismo – anche se viene da un partito che si ritiene particolarmente tollerante.


David Spuler è un analista politico specializzato in politica svizzera, Israele e Medio Oriente. Ha una formazione accademica in scienze politiche, filosofia ed economia (PPE) e al momento sta approfondendo i suoi studi di scienze politiche a Zurigo.

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