In Israele, i tribunali della sharia fanno parte del sistema giudiziario
Non c’è accusa più tenace di quella secondo cui Israele starebbe, in fondo, conducendo una guerra contro l’Islam. Uno sguardo alle istituzioni del Paese rivela però un quadro diverso: tribunali della sharia finanziati dallo Stato e festività islamiche protette. Come si concilia tutto questo con l’accusa – e cosa ci dice il confronto con i paesi vicini governati da musulmani?
Il 9 luglio 2026, il presidente israeliano Yitzhak Herzog ha pubblicato un post su X che in poche ore ha totalizzato centomila visualizzazioni. Le foto mostrano una scena dalla residenza presidenziale a Gerusalemme: uomini in toga nera davanti alle bandiere israeliane, una sala gremita a festa, i familiari che filmano con i cellulari – e al centro dell’immagine una donna con l’hijab bianco e la toga da giudice, che accanto al presidente sorridente mostra alla telecamera il suo atto di nomina. Quel giorno, ha scritto Herzog, cinque nuovi qadi – giudici di diritto islamico – hanno prestato giuramento per i tribunali della sharia israeliani; lo ha commosso in modo particolare il giuramento di Rula Masalha-Zahalka, la seconda qadi nella storia del Paese.
Le reazioni sono state significative. Oltre alle congratulazioni, nelle risposte prevaleva soprattutto lo stupore. Tribunali della sharia – in Israele? Il presidente che presta giuramento di persona? Per molti, soprattutto fuori da Israele, quell’immagine non quadrava con nulla di ciò che credevano di sapere sul Paese.
La finzione di chi accusa Israele
Da anni, soprattutto da parte delle voci più rumorose del mondo musulmano, si diffonde una narrativa in cui Israele non appare come uno Stato tra gli altri, ma come il nemico per eccellenza dell’Islam.
Nel settembre 2024, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato davanti ai diplomati delle scuole islamiche che solo un’alleanza tra i paesi islamici potrebbe fermare il “terrorismo di Stato” di Israele. Nello stesso discorso ha espressamente reinterpretato la guerra di Gaza: non una guerra tra Israele e i palestinesi, ma una lotta contro i musulmani. Il defunto leader supremo iraniano Ali Khamenei si spinge ancora oltre. Ha celebrato il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 – battezzato dai responsabili con il nome programmatico di «Inondazione di Al-Aqsa» – come un colpo devastante contro il nemico sionista, la cui rovina invoca da anni come obiettivo di tutto il mondo islamico.
Questa storia ha un vantaggio strategico: non ha bisogno di guardare all’interno di Israele. Perché chi lo fa non trova l’Islam oppresso descritto dall’accusa, ma una delle comunità musulmane più grandi e benestanti del Medio Oriente.
Quasi un israeliano su cinque è musulmano
Secondo gli ultimi dati dell’Ufficio centrale di statistica israeliano (CBS), pubblicati a maggio 2026 in occasione della festa islamica dell’Eid al-Adha, alla fine del 2025 in Israele vivevano circa 1,849 milioni di musulmani – circa il 18,6% della popolazione totale. La più grande comunità musulmana del Paese si trova a Gerusalemme, con circa 395.200 persone; lì i musulmani rappresentano più di un terzo della popolazione cittadina. La popolazione musulmana continua a crescere più velocemente di quella ebraica, anche se a un ritmo in calo. Particolarmente significativi sono i dati sull’istruzione: tra le ragazze musulmane che hanno terminato la scuola, ormai oltre il 42% intraprende studi universitari, più del doppio rispetto ai ragazzi. Nell’anno accademico 2024/25 erano iscritti alle università israeliane quasi 50.000 studenti musulmani.
Confrontiamo per un attimo questi dati con la tesi dello Stato islamofobo. Un regime che volesse reprimere una religione difficilmente avrebbe una popolazione musulmana in crescita e sempre più istruita, la cui aspettativa di vita – 77,4 anni per gli uomini, 83,1 per le donne – supera quella di quasi tutti i paesi vicini. In Israele i musulmani sono cittadini a tutti gli effetti: hanno diritto di voto e passaporto, accesso alla previdenza sociale, al sistema sanitario pubblico e a tutti i tribunali.
I partiti arabi siedono alla Knesset sin dalla fondazione dello Stato nel 1948. Tra il 2021 e il 2022, con il partito islamico-conservatore Ra’am guidato da Mansour Abbas, per la prima volta un partito decisamente religioso-musulmano ha fatto parte di una coalizione di governo israeliana. Il rovescio della medaglia: nessun partito non musulmano, figuriamoci uno di ispirazione ebraica, è mai stato partner di coalizione ad Ankara, Teheran o Riad. È un’idea impensabile, proprio perché questi Stati hanno costretto le loro comunità ebraiche alla fuga nel XX secolo.
Il sistema delle comunità religiose
La costituzione religiosa di Israele è un retaggio di due imperi. L’Impero Ottomano organizzava le sue minoranze religiose secondo il cosiddetto sistema dei millet: ogni comunità religiosa riconosciuta regolava il proprio diritto di stato civile – dal matrimonio al divorzio fino alle successioni – secondo la propria legge religiosa e davanti ai propri tribunali. La potenza mandataria britannica adottò questo sistema dopo il 1917, e lo Stato di Israele lo riconobbe espressamente al momento della sua fondazione nel 1948.
L’Islam in Israele è quindi ben più di una semplice questione privata tollerata. È una comunità religiosa riconosciuta dallo Stato con una propria giurisdizione integrata nel sistema giudiziario israeliano. La legge sui qadi del 1961 regola la nomina, lo status e la retribuzione dei giudici musulmani. Le festività musulmane sono considerate giorni di riposo obbligatori per i lavoratori musulmani; lo Stato paga gli imam e mantiene numerose moschee. Centinaia di luoghi di culto sono sparsi per tutto il Paese, dalla moschea di Al-Jassar ad Acri, passando per Giaffa, Haifa e Nazareth, fino alle città beduine del Negev. L’appello alla preghiera risuona ogni giorno nelle città israeliane.
La sharia in Israele
Ma la confutazione più forte alla tesi dello “Stato ebraico islamofobo” è proprio questa rete di tribunali della sharia. Israele ha nove tribunali regionali della Sharia – tra cui quelli di Gerusalemme, Jaffa, Haifa, Akko, Nazareth, Taibe e Be’er Sheva – oltre a una corte d’appello della Sharia. Chi pensa che si tratti di organi arbitrali privati si sbaglia: questi tribunali fanno parte del sistema giudiziario statale. Un comitato di selezione statale, di cui fanno parte anche alcuni deputati della Knesset, nomina i qadi; i loro stipendi provengono dal bilancio dello Stato e prestano giuramento davanti al presidente della Repubblica.
Nel maggio 2022, inoltre, Khaled Kabub, nato nel 1958 a Jaffa, è stato nominato primo musulmano a ricoprire un seggio permanente presso la Corte Suprema di Israele – il massimo organo giudiziario del Paese, che giudica anche il governo e ne annulla regolarmente le decisioni. Kabub, che prima era vicepresidente del tribunale distrettuale di Tel Aviv ed è esperto di diritto penale economico, ha prestato giuramento anche lui alla residenza presidenziale, alla presenza del presidente Herzog, della presidente della Corte Suprema Esther Hayut e del ministro della Giustizia Gideon Sa’ar.
Kabub non è un caso isolato. Lo dimostrano i deputati musulmani alla Knesset, i diplomatici musulmani del servizio estero israeliano, una percentuale significativa di medici e infermieri arabi nel settore sanitario, i professori universitari, sindaci – e ufficiali, soprattutto beduini, che prestano servizio volontario, dato che i musulmani sono in linea di principio esentati dal servizio militare. Allo stesso tempo, c’è un numero non trascurabile di soldati volontari provenienti dalla popolazione arabo-musulmana – soprattutto tra i beduini, ma anche tra altri arabi musulmani – che prestano servizio in unità da combattimento, nella sorveglianza delle frontiere e in altri settori delle forze armate.
Libertà di religione in Israele – quasi inesistente sotto il dominio musulmano
Si potrebbe liquidare tutto questo come scontato e come semplice autoelogio da parte di uno Stato. La vera prova del nove sta quindi nel confronto con quei paesi in nome dei quali viene mossa l’accusa contro l’islamofobia israeliana.
La Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale (USCIRF) nel suo rapporto del 2026 elenca ben diciotto Stati come “Countries of Particular Concern”, cioè paesi in cui si verificano violazioni particolarmente gravi e sistematiche della libertà religiosa. È evidente che molti di questi sono Stati a maggioranza musulmana: Arabia Saudita, Iran, Afghanistan, Libia, Pakistan, Siria, Tagikistan e Turkmenistan. Nella lista di osservazione speciale (Special Watch List) ci sono, tra gli altri, Algeria, Egitto, Indonesia, Iraq, Malesia, Qatar, Turchia e Uzbekistan – anch’essi per lo più paesi islamici. Israele non compare in nessuna delle due liste. In molti di questi Stati l’abbandono dell’Islam può essere perseguito penalmente, nei casi più gravi con la pena di morte.
In Israele, invece, tutte le religioni sono legali. I bahá’í, il cui centro mondiale si trova nella città portuale di Haifa, nel nord di Israele, possono praticare la loro fede senza problemi, proprio come i cristiani e i drusi. Israele non compare nelle categorie di sanzioni dell’USCIRF. In conclusione: un sunnita iraniano, uno sciita saudita, un alevita turco e un ahmadi pakistano godono di meno libertà religiosa nei loro paesi d’origine, governati da regimi musulmani, di quanta ne avrebbe ciascuno di loro in Israele, se vivesse lì.
L’Islam come parte dello Stato, non come religione clandestina
È comprensibile che i tribunali della sharia finanziati dallo Stato suscitino stupore anche tra gli amici di Israele: come può proprio Israele, uno Stato minacciato di odio e sterminio in nome di una sharia interpretata in chiave antisemita, mantenere a sua volta tribunali del genere?
La risposta sta nel controllo. Israele non lascia che l’interpretazione della legge islamica sia una questione a sé stante, ma la integra nel proprio ordinamento statale: lo Stato nomina i qadi, li retribuisce e sottopone le loro sentenze alla legge israeliana e alla Corte Suprema. Le interpretazioni radicali, contrarie all’ordinamento giuridico, non trovano così alcun sostegno istituzionale.
Dietro a tutto questo c’è un’intuizione che l’autore tedesco-egiziano Hamed Abdel-Samad ha sintetizzato in un’immagine: ha paragonato il Corano a un «grande supermercato», dove compassione e odio, pace e violenza, tolleranza e intolleranza convivono fianco a fianco. Ma se nel testo sono presenti entrambe le interpretazioni, non è solo il testo a decidere quale delle due prevalga, bensì il contesto.
Quanto sia mutevole questo quadro è emerso chiaramente dopo gli Accordi di Abraham del 2020: in paesi come il Marocco e gli Emirati Arabi Uniti, che per decenni avevano giustificato la loro ostilità verso lo Stato ebraico con motivi religiosi, improvvisamente il riavvicinamento è stato giustificato proprio con motivi religiosi.
In Gran Bretagna, invece, secondo le stime, ci sono decine di consigli della sharia che operano in gran parte nell’ombra. Non si riesce nemmeno a stimarne il numero in modo affidabile; il Consiglio d’Europa ha criticato la totale mancanza di trasparenza. Il risultato è una zona grigia che sfugge completamente al controllo dello Stato. Ecco la differenza fondamentale: il Regno Unito ha lasciato l’Islam a se stesso, mentre Israele lo sottopone alle proprie leggi e fa prestare giuramento ai suoi giudici davanti allo Stato. I paesi europei, dove l’Islam sta assumendo un ruolo sempre più importante, farebbero bene a prendere esempio da questo modello.
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